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Le chiacchiere con mio padre davanti a un bicchiere di Montepulciano

Le chiacchiere con mio padre davanti a un bicchiere di Montepulciano

Come la vita può assumere toni meno stressanti davanti ad un calice di vino noi, di Vinovia, lo sappiamo bene.

Ed a me l’ha fatto comprendere proprio l’altra sera mio padre. Con un vino che solo lui poteva tirare fuori senza troppi fronzoli, giusto perché gli andava di aprirlo. La saggezza dell’età “oltre il maturo”, perché a chiamarla vecchiaia perde di fascino, accompagnata da un Montepulciano d’Abbruzzo, e che Montepulciano!

La mia vita nell’ultimo periodo è tutto un volante tra le mani e 4 ruote al posto dei piedi.

A ciò si aggiunge mio padre che mi chiede di passare per casa a dargli una mano con la pianificazione del viaggio che deve fare con mamma. Come dire di no? Almeno un pasto caldo forse lo rimedio.

Finito di lavorare, salto in auto e nel traffico, quello jam-congestionato delle 18, ripasso esattamente le tappe che i miei devono fare.

Nei giorni scorsi ho già girato loro diverse proposte di voli ed alloggi, stasera devono assolutamente finalizzare!

Tra uno slalom e l’altro, la radio arriva alle previsioni per la serata e l’indomani: temporali di forte intensità sono in arrivo, ma domani il sole tornerà a splendere.

L’unica parola che mi viene in mente è “daje!”…e qui mi fermo.

A casa dei miei la luce intensa estiva della sera scompare, lasciando posto a toni grigi, bluastri delle nuvole cariche di suoni cupi e luci abbaglianti.

Paiono già le 21 e con questo pensiero mi si apre una voragine nello stomaco. Spero quindi di fare in fretta.

Parcheggio l’auto nel vialetto della casa che mi ha visto crescere e salto immediatamente sui miei piedi perché, nel chiudere la portiera, un lampo seguito subito da un tuono pare abbia squarciato l’aria che mi circonda.

Corro dentro casa, prima di prendere secchiate d’acqua che paiono essere in arrivo. Suono, papà apre dandomi una pacca sulla spalla e dietro fa capolino mamma, piccola e tascabile che con un grande abbraccio mi riporta sempre in una dimensione di pace.

Dopo i soliti convenevoli, ci rechiamo di fronte allo strumento della discordia, il computer.

Ma mentre saliamo le scale, inizia a scendere pioggia, seguita da grandine. La sentiamo sui tetti. Ci affacciamo alla prima finestra e capiamo che non è di grande entità.

La osserviamo qualche istante, ma subito si tramuta in tanta acqua. Facciamo appena in tempo ad entrare in studio e…trac, altro lampo accompagnato nel medesimo istante da un tuono che secca la corrente in un nano secondo!

Addio pc! Addio connessione, addio piani per la serata, addio alla cena che stava cuocendo nel forno (tra le garbate maledizioni di mamma).

Ok, penso di essermi liberato ante tempo, ma affacciandomi alla porta di casa comprendo che per raggiungere l’auto devo guadare un torrente improvvisato nel giardino e farmi, come minimo, 1h di strada sotto quel diluvio universale totalmente zuppo.

Mio padre comprende alla perfezione i miei pensieri, mi appoggia nuovamente la mano sulla spalla, ma questa volta non è per salutarmi, ma per dirmi “ci penso io alla tua serata, abbi fiducia!”.

Mi chiede di sedermi al tavolo della sala da pranzo, quella che si usa solo nelle occasioni in cui ci sono ospiti oltre a noi 5 di casa, apre la porta finestra che dà sulla veranda e tira fuori due calici.

Mi accomodo al mio posto usuale, che guarda il giardino, ed ascolto il rumore dell’acquazzone che lava via tutte le mie tensioni. La pioggia sa essere catartica.

Entrano i profumi del suolo, scaldato dal sole estivo e bagnato dall’acqua, nelle narici, seguito da quello frizzantino del vento freddo che spazza acqua, per fortuna nel lato opposto al nostro.

Mi giro e…mio padre porta una bottiglia per lui speciale, Montepulciano D’Abbruzzo Riserva di Lidia & Amato.

Lo stappa, quasi fosse un altro tuono (i suoi modi non sono mai stati troppo delicati), lo guarda attraverso il vetro e lo versa, come se fosse una reliquia sacra e dice: “questa bottiglia ha aspettato diverso tempo per essere aperta, è il momento giusto! Adesso o mai più!”.

E lo guardo come se fosse un pazzo scappato dal manicomio. Come?! Senza nulla in tavola, senza nessuno con cui festeggiare?

E lì capisco che vuole aprirla con me, per me. E sorge un dubbio: “stai bene papà? Mi devi dire qualcosa che non so?”.

Lui, che mi conosce bene, prende la sua bottiglia di Montepulciano, la studia ancora, la maneggia quasi fosse la pelle di una donna da accarezzare, stringere al momento giusto, la inclina, per il colpo di grazia, e la versa.

Si, ho qualcosa da dirti: ho voglia di raccontarti cosa mi ricordano questi temporali!”.

Si siede, prende il suo calice di Montepulciano e lo porta, roteandolo, a livello occhi. Lo scruta a fondo, per comprendere se il suo tocco abbia funzionato, ci avvicina il naso con maestria e…respira. Se fossi una donna, sarei già sua. Provo ad imitarlo, con gesti molto meno plateali e molto più svelti e lo seguo, affascinato da quell’uomo come non lo ero da tempo.

Frutta, di bosco per lo più, e sotto spirito anche, seguita da spezie dolci e sigaro, quel tabacco di cui profumavano i baffi di tuo nonno.

Papà riappoggia il suo calice di Montepulciano Lidia & Amato al tavolo, dicendo che deve respirare, come il nostro cervello in presenza di cotanta maestosità che ci regala questo acquazzone estivo. E lasciando respirare il suo vino, inizia a raccontare di quando era ragazzino e la pioggia estiva era una gioia, uno dei pochi modi che aveva per giocare con l’acqua senza essere rimproverato.

Abitando in centro città, si recava con i suoi amici di marachelle al fiume della pescheria e lì, tra pozzanghere, danze propiziatorie sotto la pioggia, si tirava su i calzoni e scendeva in acqua.

Ridendo, mi guarda e dice: “pensavamo che tirandoci su i calzoni non saremmo tornati a casa poi così zuppi, senza tener conto di quanta acqua invece stavamo prendendo dal cielo!”.

Giocavano a chi riusciva ad andare più distante dalla riva senza farsi vedere da altre mamme del quartiere (e farsi urlare dietro), ma soprattutto, senza far entrare i calzoni in acqua.

Poi si ferma, sorseggia quel nettare rosso granato, una, due, tre volte, riappoggia il bicchiere e, come se lo avesse riportato indietro nel tempo, tra tannini belli rotondi, che rincuorano come l’abbraccio di mamma, ed una spinta ancora acida molto piacevole, anche se non più sostenuta, sorride e mi confessa la sua marachella preferita: “tua nonna ormai si vergognava a passare lì, perché con la fionda mi divertivo a rompere i lampioni della piazza del mercato…” e magicamente afferra un pezzo di formaggio stagionato, duro, salato e presente, dopo averlo passato sul miele di castagno che mamma ha sapientemente portato, insieme a pane fresco ed al salame di cinghiale affettato con maestria che conserva gelosamente in cantina.

Cosa volere di più dalla vita, penso.

Un’infanzia serena, da bambino, con le marachelle che puoi raccontare con serenità a tuo figlio, ricordando la gioia che ti scatenava la pioggia e che il tuo calice di Montepulciano fa chiaramente riaffiorare.

Amare la vita e quello che ti dona. Senza corse, in momenti non programmati.

Il viaggio questa volta lui l’ha fatto fare a me.

Grazie papà.

 

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