Pit stop culturale: Montefalco Sagrantino DOCG

È giunto il momento di fare un bel rifornimento di conoscenza enoica per noi viaggiatori del gusto di Vinovia e quindi iniziamo con un primo post un po’ più incentrato su approfondimenti specifici e conoscenza di vini. Conosciamo più da vicino il Sagrantino di Montefalco.

La zona di produzione di questa DOCG del centro Italia è tra le più affascinati che abbia incontrato nelle mie peripezie legate al mondo del vino e riconosciuta anche come tra le meraviglie italiane. Siamo in Umbria, Montefalco principalmente, ma anche nei Comuni di Castel Ritaldi, Bevagna, Giano dell’Umbria, Gualdo Cattaneo, tutti in provincia di Perugia.
Qui il paesaggio assume sembianze diverse, molto diverse, a seconda della stagione, con un fascino nella colorazione che a mio dire ha pochi eguali.
Colline dolci che si susseguono tra i 220 ed i quasi 500 mslm con una terra di fondo chiara, spesso di origine lacustre, quindi sabbiosa ed argillosa, ma gialla. Un microclima di tipo continentale, con estati calde ed inverni freddi, una buona piovosità, ma non eccessiva, e presenza anche di precipitazioni nevose durante l’inverno.
Il vino prodotto è chiamato Montefalco Sagrantino, molto più comunemente Sagrantino, ed il riconoscimento di DOCG. Come tale, ci sono norme che ne regolano il numero di piante per ettaro, oltre alla produzione di quintali uva/ettaro, restrittive e di tutela per la qualità del vino che sarà poi rivestito della fascetta attestante la DOCG (per intenderci, quell’etichetta lunga e rettangolare che si trova sul collo della bottiglia sopra la capsula con sfondo bianco e scritte marroni).

Le tipologie di questo vino, previste dal disciplinare che ne regola la produzione, sono “secco” e “passito”, prodotte al 100% con uve sagrantino, che, per inciso, è nato ed è coltivato solo in questa zona.
La vinificazione delle uve è prevista essere fatta entro i confini dei comuni di cui sopra, più due limitrofi: Spoleto e Foligno. A livello di cantina, il Montefalco Sagrantino DOCG deve affrontare almeno 33 mesi di affinamento, a partire dal 1° dicembre dell’anno della vendemmia, sia per la versione secca che per quella passita. Solo per il secco, invece, c’è obbligo di passaggio in botti di rovere di qualsiasi dimensione per almeno 12 mesi. Terminato l’invecchiamento, serve un ultimo passaggio obbligato, per entrambe le tipologie, di 4 mesi di riposo in bottiglia.
Terroir, metodo produttivo ed affinamento regalano un vino rosso, nella versione secca, pieno, presente, ricco di profumi e complesso, con gradazione alcolica di minimo 13% vol. di colore rosso rubino, con riflessi violacei che con l’invecchiamento virano al granato. Possiamo scoprire profumi di frutta a buccia scura, come more, mirtilli e prugne, uniti a note di violetta. Il lungo affinamento poi ne arricchisce la tipologia: spezie, cuoio, liquirizia, cacao e caffè, a volte balsamico. Al palato ha una presenza importante, astringente con i suoi tannini, ma bilanciato nel calore, dato dall’alcol, e nel corpo del vino stesso. Perfetto con carni rosse e selvaggina, ideale con l’agnello e, perché no, con carni cucinate con intingoli a base di tartufo nero.
Nella versione passita abbiamo un tenore alcolico più elevato, passiamo a 14,5% vol, note più dolci al naso, che virano alla confettura di frutta, ed una speziatura più vivace; qualcuno è arrivato a trovare note di agrumi canditi, oltre alle note particolari che abbiamo descritto nella versione secca, ma lasciamo a voi tuffarci il naso e scoprirne, con meraviglia, la complessità. Abbinamento ideale con dolci a base di cioccolato, ma, perché no, anche con biscotti di mirtilli o cantucci. Ottimo con i classici pecorini del centro Italia!
Esiste poi una menzione “vigna”, usata per indicare i cru della denominazione; in questo caso la gradazione alcolica deve essere minimo 13,5% vol. I vini che si fregiano di questo appellativo sono una grande ed elevata espressione della tipologia Sagrantino.
In merito alla versione secca, ho un particolare ricordo legato alla degustazione di un Montefalco Sagrantino del 2010 che porto nel cuore da una decina di anni: è stata la prima volta che ho percepito l’aroma di cioccolato (o cacao che dir si voglia) in un vino. La felicità nel trovare questa nota, senza aver mai avuto informazione che è una caratteristica tipica, ed avere il benestare di qualcuno che di vino se ne intende professionalmente “a pacchi” è stata la ciliegina sulla torta di un vino bevuto a conclusione di una serata.
Si, perché un Sagrantino può anche essere bevuto in meditazione, non per forza in abbinamento a piatti particolari! Almeno questa è la mia esperienza.
Avete voglia ora di berne un calice? Quale?
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