Quel vino dei nonni che ti ha segnato la vita: il Prosecco

Per me questo è un periodo molto particolare dell’anno in cui il mio viaggio personale lo faccio con la mente, che mi porta a bellissimi ricordi.
Questo era il momento in cui si potevano iniziare a stappare le bottiglie di Prosecco che avevo imbottigliato col mio nonno!

Già, vivo nella zona eletta per la produzione di questo vino e qui, 30 anni fa, tutte, dico tutte, le famiglie nei pressi della mia casa, abitate da gente “grande o vecchia”, come la definivo io, ad un certo punto dell’anno andavano ad acquistarsi le damigiane “de queobon” (di quello buono) per fare a gara a chi ne riusciva a stivare e consumare, poi, di più durante l’anno!
E non se ne lesinava lo scambio per fare paragoni, quasi fosse moneta di scambio per le serate di quartiere.
La damigiana, scoprii poi in età adulta, era di Prosecco, chi lo comprava col fondo, bello trobido, il sur lie, chi già un po’ filtrato, mai del tutto, ma diciamo che la categoria era di quella che poteva dare vino frizzante.
E mi chiedevo come poteva essere definito frizzante visto che, quando lo si imbottigliava, di bolle io non ne ho mai vista una!
Ma senza farci troppe domande, proprio come quando ero piccola, torniamo al nostro Prosecco!

Ad un certo punto dell’anno, di sabato, quando di ghiaccio tra i campi e le vigne non se ne vedeva più molto la mattina appena svegli, il nonno mi chiedeva se volessi accompagnarlo dal suo grande amico Ciano, che aveva una cantina, a prendere le damigiane.
Mi diceva: “cea, dai, vien co’ mi, che poi te ne fasso sercar un ciccinin” (piccolina, vieni con me, che poi te ne faccio assaggiare un pochino!)…eh, il duro svezzamento della gioventù veneta anni ‘80!
Così ci recavamo dal suo amico con la macchina completamente svuotata di tutto per caricare 4 enormi damigiane…e non chiedetemi da quanti litri, perché ad oggi non saprei rispondervi! Secondo me erano 15, ma non ne ho certezza, ahimè!
Trattativa, racconto dell’annata, due fette di sopressa e pane fresco, una bottiglia aperta e finita dopo, tornavamo a casa.
L’indomani, sì, perché la giornata era ormai terminata, mi veniva a richiamare per avere un aiuto.
E giù di cannetta per travasare.
Ciuccia bene per tirare su la prima parte di vino, azione che faceva fare a me le prime volte, perché era quel “ciccinin” che mi spettava di diritto assaggiare, nonché ricompensa per l’aiuto che gli stavo dando. Appena mi entrava quel liquido leggermente torbido tra le labbra, che bagnava la lingua, sentivo una certa dolcezza, mescolata a pungenza data dall’acidità che era sì piacevole, ma non così tanto, perché un po’ di alcol c’era già e non mi faceva impazzire!
Ma era una cosa per grandi, quindi mai avrei rifiutato la possibilità di poter assaggiare il “succo proibito”!
Una volta salito il vino fino in punta alla cannetta, il nonno mi aveva insegnato a piegarla per tapparla e stopparne momentaneamente il flusso. Non vi dico cosa non diceva le volte che sbagliavo e tracimava Prosecco un po’ ovunque! Ma con me non si è mai arrabbiato! Anzi, alla fine ridevamo di gusto…
Stoppato il flusso, il nonno prendeva in mano la situazione e riempiva le bottiglie, io seguivo appoggiando i tappi corona sopra, che avevano una particolare parte in plastica.
Terminato, c’era la tappatrice, la macchina infernale, con appoggio, leva e tanto olio di gomito. Non so quante bottiglie abbia visto passare sotto di lei, lui la chiamava “la Betti”, tanto gli era cara! Per fortuna poche bottiglie sono andate rotte a mia memoria, ma la fatica dei movimenti credo fosse tanta, perché lo vedevo sempre sudato!
Finita questa fase, prendevamo le bottiglie e…le mettevamo al buio in fondo alla cantina. Stop!
Come stop nonno? Ma dai! Prendiamone una e mettiamola in frigo, così stasera o domani la assaggiamo! E lui mi rispondeva con oceanica pacatezza: “cea, scoltame: el deve riposar par essar bon. Te vedarà, col caldo se faxemo na bea bevua col vin coe boe!” (Piccolina, ascoltami: il vino deve riposare per essere buono. Vedrai, con l’arrivo del caldo, ci faremo una bella bevuta con vino con le bolle!).
E non sentenziava altro!
Con la fine della scuola, momento in cui iniziavo a frequentare la loro casa dalla mattina alla sera, il nonno mi portava in garage e mi faceva scegliere la prima bottiglia da aprire e mettere in frigo.

Raffreddata, si apriva, lui si versava il primo goccio nel suo goto-bicchiere di vino, annusava, sorseggiava, mi guardava e diceva, sempre, tutti gli anni: “ah, che bon! Sto ano mejo che mai!” E poi mi passava il bicchiere per farmi bagnare le labbra.
In quel momento percepivo un gusto molto diverso da quello iniziale, meno dolce, più asproe secco, con gusto meno di uva e mela, più di pane, ma soprattutto trovavo le BOLLE!
Rigorosamente, quando chiedevo spiegazioni, il nonno rispondeva “magia”!
È proprio alla magia che penso quando le scuole finiscono ed i nonni entrano in gioco, al profumo di vino del loro garage, alle bottiglie che trasudano freddo tirate fuori dal frigo, a quei bicchieri che non ho più avuto il coraggio di mettere in tavola, talmente tipici e comuni all’epoca, quanto preziosi per l’affezione!
Che poi, a questa magia del Prosecco, ci ho creduto fino a che non ho compreso il meccanismo chimico della rifermentazione!
Questo è il Prosecco per me.
Questo è il Prosecco che continua ad esistere per alcune famiglie che perpetrano la tradizione dei nonni.